Visualizzazione post con etichetta Ippolito Hipster. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ippolito Hipster. Mostra tutti i post

martedì 28 febbraio 2012

Fenomenologia del Triangolo

Io no. Non è che non l’avevo considerato: è che non l’ho mai capito, proprio. 
Per un periodo significativamente lungo, mi sono anche chiesto se avesse un qualche senso. Poi, se fosse un’epidemia. Poi, se fosse il caso di cominciare a preoccuparmi. Poi, se nel kebab volevo solo la salsa yogurt o anche il piccante. 

In principio era Bugo. E Bugo era il Triangolo. E il Triangolo era su una base synth. E passava su Radio Deejay. Egli era in principio il Triangolo e l’inventore della Crisi. Parola di Sacro Profeta Linus e di Gran Lacchè Savino. Erano in principio un Triangolo. 
Voglio dire, loro tre? No, perché io non ho nessuna difficoltà ad immaginare un ménage Linus-Nicola Savino-Cristian Bugatti. Cristian Bugatti, in arte Bugo. Complimenti per la fantasia. Ma Bugatti quello degli asciugamani? C’è qualcosa che mi sfugge. Comunque, Savino sicuro guardava.

In principio era Bugo. E Bugo era il Triangolo. E doveva entrare nel giro giusto. Parliamo di questa cosa: non ci bastava Battiato, avevamo bisogno anche di un suo clone del cazzo, ancora più frocio (se possibile), passato da una lavanderia a gettoni che di decente ha solamente il pavimento a un universo arcade di triangoli, skinny jeans e il resto. 
Non so se avete mai visto quel video. 


Nella Terra Promessa degli hipster si stagliano all’orizzonte enormi piramidoni neri. Fasci di luce discotecari in stile Milano Marittima si propagano nell’aria e poi arriva Lui. E fa il robottino. Imbarazzante, francamente. Tanto da meritarsi perfino di andare in filodiffusione alla Conad per oltre un mese. 
C’era il mio coinquilino Nicola, che si pronuncia Nicòula, che la cantava alle zucchine. Ora, non so perché cantasse “fammi entrare, per favore” a una zucchina o meglio: lo so perfettamente. “Fammi entrare, per favore”, praticamente un’ottimo titolo per un porno sfigato. Quasi al livello di “Scusa, te lo metto un attimo. Se non ti dò troppo fastidio, magari”.


Nicola, che si pronuncia Nicòula, gran personaggio. Non solo la sapeva a memoria, ma ci aveva costruito sopra una filosofia intera: lo sciroccato, che millantava una evidente somiglianza tra Bugo e David Bowie, era convinto che fosse legittimo presumere iuris et de iure una qualche apologia della gioventù moderna in cinque righe sgrammaticate di testo. E io ero quello che non capiva la fatica di farsi strada nel giro giusto. Ma quale, quello della droga o della prostituzione? -Battutone. Ancora oggi a distanza di anni me ne compiaccio quando ci ripenso.

Fatto sta che la filosofia di Nicola, che si pronuncia Nicòula funzionava eccome. Almeno, funzionava con Cristina. E Giulia. E Chiara, che si è sdraiato sul tavolo del soggiorno mentre io facevo colazione. Così, io bestemmiavo contando i Cheerios che erano stati sbalzati dal loro movimento ondulatorio al di là del bordo di ceramica di una tazza della Lazio; Chiara, noncurante del fatto di avere la gonna sollevata praticamente all’altezza dello sterno, tentava sgraziatamente di sistemarsi i capelli allo specchio; e Nicola, che si pronuncia Nicòula andava a pisciare nello scarico della grondaia in terrazza.

Era così giusto Nicola, che si pronuncia Nicòula, da essere stato capace di convincermi a fare un tentativo di entrare in questo cazzo di giro. Quello di Chiara, la fighetta della gonna. O dei capelli. Fate un po’ voi. Cinque sfigati, tre ragazzi e due ragazze che si erano conosciuti nello stesso locale. E già la cosa mi convinceva poco: troppo squilibrata, visto che di Chiara avevo ormai scoperto tutto. L’altra, Margherita, era una ragazza che amava definirsi allegramente depressa (come Bugo -un grande! Ciè non puoi capire!! Ciè un grande!!!), come testimoniavano circa un’ottantina di foto monoespressione su Facebook, in cui faceva questa cazzo di cosa con le mani. Un Triangolo. Due Triangoli. Ottanta Triangoli. 


Perché la cosa che non avevo ancora capito era sempre quella. Glielo chiesi, a Margherita, il significato del Triangolo. Lei stette a guardarmi per cinque minuti come se fossi un alieno. Ricordo che cercai vagamente di chiederle se c’entrasse qualcosa con l’adattabilità del triangolo, il fatto che sia la forma fondamentale. Lei mi rispose che non si potevano fare discorsi di questo tipo in discoteca. E, cazzo, ero in una discoteca veramente, Cristo santo. Per andare dietro a un coglione che professava la mia liberazione dalle maglie dell’anti-socialità, ero andato a finire nell’ultimo posto al mondo dove avrei mai voluto essere, una discoteca. 
E Margherita non era neanche scopabile, per quello che mi riguardava. Che culo.

E, seriamente: quella sul giro della droga/prostituzione è una delle mie battute migliori.

giovedì 8 dicembre 2011

Dicembre.

Mi ero completamente dimenticato di quelle quattro decorazioni natalizie sfigate che ho in giro per casa, primo tra tutti l’alberello di dieci centimetri che mia madre conserva da quando facevo l’asilo, e che perde più pezzi dell’abete finto di tre metri che abbiamo a casa nostra, quello che addobbiamo soltanto davanti perché non abbiamo mai avuto abbastanza decorazioni per riempirlo per intero.

Mia madre è tutt’ora convinta che si tratti di una precisa scelta stilistica. Non le è mai piaciuto riempirlo, suppongo a causa del trauma indotto dalla rovinosa fine che fece l’alberello del ’94. 
La verità? E’ una questione di palle. In tutti i sensi. Se hai un albero di tre metri d’altezza per un metro di base non puoi aspettarti che quindici palle rosse e dieci bianche siano sufficienti. Ma la stronza è sempre stata braccino corto quindi no, «compriamo solo venticinque palline, mica lo possiamo sovraccaricare, poi diventa una cosa di cattivo gusto». Poco importa che oltre alle palle ci siano anche fiocchi, fiori e luci -anche quelli rigorosamente contati per riempire il “visibile”- assolutamente orrendi. 
Che poi, la capisco pure: chi se lo incula il lato a fianco al muro? Non se ne accorge nessuno, in fondo. Ma la questione palle rimane, perché l’albero lo devo fare io. Tutti gli anni. E mi porta via una giornata intera, quel tavolone di tre metri del cazzo. Una giornata intera per una cosa di cui non si accorgerà nessuno, tanto a casa nostra a Natale ci siamo sempre e soltanto noi. «E che ci vuole», dice mio padre. Lui fa il presepe. Nel senso che infila una spina dentro una presa, visto che il nostro presepe sta in esposizione trecentosessantacinque giorni all’anno su uno scaffale della libreria. Perché è un pezzo unico, comprato dai miei a San Gregorio Armeno durante la luna di miele. Una cosa alta cinquanta centimetri di una rara bruttezza. Ma sta sotto una campana di vetro, è un pezzo unico, pregiato. Poco importa che faccia cagare. E’ un pezzo unico.

La verità? E’ una questione di numeri. Nel senso che mi è sempre piaciuto scrivere i numeri per esteso. Eccezion fatta per il ’94. Brutta annata. In quel periodo avevamo un grazioso alberello nano, completamente sbilenco, che occupava lo spazio immediatamente attiguo alla porta d’ingresso divorandosi quel cubo di volume vitale nel resto dell’anno per una casa di quaranta metri quadri calpestabili, balconi inclusi. Quella cosa se ne stava lì per i venti giorni scarsi di periodo natalizio a sciropparsi le lodi di chiunque entrasse dentro casa. Perché mia madre, che sarà pure stronza e braccino corto aveva, con quel singolo oggetto, riscattato la totalità delle sue scelte di arredamento. Bastava lui ad abbattere drasticamente il delicato mix delle piume di pavone nel vaso di cristallo al centro del tavolo in salotto, la lampada ad olio rinascimentale blu cobalto poggiata sulla credenza e la Madonna, quella Madonna, appesa in bella mostra sulla parete del divano: una pala d’altare medievale, giunta attraverso una serie di oscuri passaggi nelle mani di mio nonno nel lontano millenovecentoqualcosa, completamente tarlata, inquietante. Quella cosa ci sovrastava in tutte le occasioni. Le mie reminiscenze catechistiche mi suggeriscono che possa essere una Madonna di Loreto, da sempre rappresentata sull’uscio della sua casa, con il bambino in braccio, mentre l’abitazione viene sollevata in volo dagli angeli. Peccato che la Madonna di mia madre, quella Madonna, non fosse affatto sull’uscio di una qualche cosa assimilabile ad un’abitazione, ma se ne stava lì, sospesa dal suo mantello nero, che la faceva sembrare un enorme pipistrello. E s’involava su uno scenario semi-apocalittico verde spento, cimiteriale. Mi faceva talmente tanta paura da farmi quasi amare quella sottospecie di Belzebù che si vede nell’ultimo pezzo di Fantasia. Lei e il suo mantello nero. Chissà se Manuel Agnelli la sa, questa cosa del mantello. Chissà che il paraculo non abbia preso ispirazione da una cosa del genere. Ma la Madonna, persino quella Madonna orrenda, veniva completamente offuscata dall’alberello di mia madre: addobbato sui toni dell’argento, ogni singola gemma, ogni singola candela era posizionata con estrema cura. Così che, chi l’avesse visto decorato, non avrebbe mai potuto pensare che quella cosa meravigliosa, quella piccola bomboniera, fosse in realtà l’abete spelacchiato che si tirava giù dal soppalco la mattina dell’otto dicembre.

Ma nel 1994, annata tremenda, quell’alberello fece una fine orrenda. Lo ritrovammo appena rientrati in casa, riverso sul pavimento. C’erano candele spezzate ovunque, le palline erano rotte in mille pezzi. Poco ci mancò che a mia madre venisse un infarto. Perché era evidente che in casa fosse entrato qualcuno, che aveva portato via un bel po’ di cose. L’avevano razziato, l’alberello, rubandosi i portacandela d’argento. Le piume di pavone, la lampada ad olio, il presepe e quella cazzo di Madonna, invece, erano rimasti esattamente al loro posto. 


Non credo di essere mai uscito pulito da quell’episodio. Che poi è il motivo per cui mi è sempre piaciuto scrivere per esteso tutti i numeri, tranne il ’94 e il 2006. Pessima annata.
La verità? E’ anche una questione di culo. L’otto dicembre del 2006 uscii per la prima volta con Annalisa. La portai in un mercatino di articoli natalizi, una di quelle stronzate finanziate con una cinquemila dalle amministrazioni comunali per giustificare in maniera pseudo-civile la presenza di qualche ambulante in più all’interno di una piazza del centro. L’idea era perfetta. Si sa che le ragazze reagiscono bene a questo genere di puttanate. Anche io reagisco bene o meglio: credevo di reagire bene. Se non altro, tutte quelle luci mi mettevano di buonumore. Più o meno. Sotto un litro di sudore freddo che mi correva giù per la schiena a causa della tensione. 

Mi piaceva Annalisa. Non era molto in mio genere, troppo fighetta. Però, insomma, era graziosa. Come l’albero di mia madre, quello del ’94. Era letteralmente entusiasta di un’idea che io avevo buttato lì, in maniera anche abbastanza annoiata. E cercava di appiopparmi vaccate di ogni genere. Una di quelle pallette con la neve finta con dentro due conigli in piedi davanti ad una chiesa. Un pupazzo a forma di tucano vestito da Babbo Natale. Roba che neanche in un autogrill della Milano-Brescia. Ma si sa come vanno queste cose: tu stai lì, fai il bravo, annuisci, le compri una mela caramellata e speri che il gesto sia valso la grazia di infilarti tra le sue gambe dopo. Lo so, è un cliché, un cliché tremendo: essere cattivi a Natale. In mia difesa, non ero partito esattamente con queste intenzioni, cioè, anche. Però, insomma, uno ci prova a fare strike al primo colpo. In realtà, adesso che ci penso, mi avrebbe fatto piacere anche se la cosa fosse rimasta ferma lì, al mercatino. Perché in fondo Annalisa era proprio bella, in mezzo a quelle luci. 

Invece no. Si avvicina a un banchetto di decorazioni per albero e presepe e sceglie quattro oggetti diversi. Mi spiega che è una tradizione della sua famiglia, quella di appendere all’albero di Natale un oggetto nuovo per ciascuno dei membri della famiglia. Ogni anno. Non male, come idea. Meglio di quella successiva: andiamo a casa mia, ti faccio vedere l’albero. Dio, che palle. Però apertura gambe molto vicina. 
L’appartamento di Annalisa era qualcosa di alienante. La sensazione che ho provato varcando la soglia è stata più o meno quella che provai la prima volta che sono entrato nel Duomo di Milano. Mi sentivo piccolo così. Sovrastato. A disagio. Assolutamente. E l’albero era solo una piccola parte di tutto quello che colpiva violentemente il mio sguardo. Enorme, con una quantità assurda di oggetti di ogni tipo e una miriade di pacchi alla base. Suppongo che la tradizione familiare fosse già allora sfociata in una forma di compulsione che avrebbe potuto facilmente condurre la famiglia a una qualunque psicosi. Tipo Shining, però con più lustrini e fiocchetti. 
Orgogliosissima, lei sciorinava gli eventi legati alla scelta di ogni singolo oggetto. Quello veniva dal Marocco, ed era di quella volta che al padre di lei avevano offerto novanta cammelli per la moglie; quell’altro era stato confezionato su misura da un artigiano bavarese; quell’altro ancora era, in realtà, una stampa del primo disegno che lei aveva fatto della sua famiglia quando aveva cinque anni. E intanto io pensavo alle scarse pretese dell’alberello del ’94. E mi veniva da vomitare.  A un certo punto, Annalisa si chinò a prendere un pacchetto azzurro: era per me, il suo regalo di Natale. Cristo. Io le avevo pagato tre euro di mela caramellata, e questa mi faceva un regalo. Pesante, consistente. Da aprirsi rigorosamente la sera della vigilia. Cazzo. 

La verità? Oltre che essere una questione di numeri e di culo, rimane sempre e soprattutto una questione di palle. E non so assolutamente che cazzo di fine avessero fatto le mie in quel momento.
Credo di avere biascicato una qualche specie di ringraziamento imbarazzato, che è una cosa che di solito mi rende anche abbastanza gradevole agli occhi delle femmine. Del dopo ho un ricordo assolutamente confuso. Credo di avere avuto un’uscita poco elegante sull’inutilità del Natale. E mi ricordo perfettamente che, quel residuo di palle che mi erano rimaste attaccate al basso ventre, m’è completamente caduto quando mi sono sentito paragonare al Grinch.

Due giorni dopo, Annalisa stava con quel coglione di Alberto.

Il regalo me lo portai a casa, e lo scartai la notte della vigilia. La mia Diana F+, che si chiama come quella stronza di Annalisa.
La prima foto che ho scattato è stata quella dell’alberello di merda di dieci centimetri. Quello dell’asilo. 
Ci stampai le cartoline per gli auguri di Natale.
Dicevano «Buon Natale da Ippolito, e da quella troia di Annalisa.»


domenica 20 novembre 2011

Il giro.

Sul volantino c’è scritto 21 e 30. Sono le 22:10 e sono alla sesta sigaretta. Ancora niente. Non capisco perché, in questo paese di merda, non siamo in grado di iniziare i concerti in orario. Posso capire che non siamo capaci di fare i governi, che i mezzi di trasporto funzionano a cazzo, neanche le messe sono più quelle di una volta, ma i concerti!

Gli inglesi. Ci basterebbe essere un po’ più British: inizio alle 8 e a mezzanotte tutti a casa. 
Invece io sono qui da quaranta minuti, al freddo, ad aspettare che un fottuto rabbino con un metro di barba si degni di imbracciare una chitarra. Fanculo.

Non so manco chi è, sto qua. Ma mi serviva per almeno due motivi: 
1) dovrebbe esserci un po’ di gente giusta.
2) rimanere di nuovo a casa a fantasticare sul naso di Charlotte Gainsbourg non mi sembrava molto il caso. Che poi, l’altro giorno parlavo con quel coglione del piano di sopra, Bastiano. Mi fa: «La Gainsbourg? Orrenda. Però diciamo che ha fascino. Cioè a me fa cacare: ha il fisico di un tredicenne indie (maschio), la faccia slavata, i capelli crespi, il naso gibboso e il mento da Bazinga.» 

Allora. Punto uno, fai pace col cervello. O è orrenda, o ha fascino. Secondo poi, un’altra uscita di questo genere e la mia idiosincrasia per questo individuo raggiungerà vette inarrivabili. Ci siamo presentati l’altra sera, mentre salivo le scale con in mano una porzione a portar via di pollo tandoori. Una scena alla cazzo di “500 days of Summer”, solo che non eravamo in un ascensore, nessuno dei due ascoltava gli Smiths e, cosa più importante, nessuno dei due ha una vagina. Non che io abbia visto quel film. Ma una ragazza che mi piaceva mi ha ossessionato per due mesi. Due mesi di vita rubata per trenta secondi dentro a un ascensore con Please, Please, Please Let Me Get What I Want, neanche me la sono scopata e alla fine stavo meditando di mandare a Morrissey una carcassa di vitello con la testa mozzata. Abbattuto con le mie mani, come si vede in tutti i film di Tornatore. Seriamente, a casa mia quand’ero piccolo si uccideva il maiale, ma non per questo mi viene in mente di mettere in tutte le foto (sovraesposte) che scatto con la mia Diana F+ un maiale morto (fuori fuoco) in secondo piano. Anche se, forse, non sarebbe una cattiva idea.


Insomma il tipo, da sotto gli occhiali, vede la mia maglietta degli Screaming Trees, quella che mi posso mettere giusto per andare dall’indiano a comprarmi il pollo tandoori, non so manco come ha fatto a vedere la scritta, visto che quella stronza di mia madre, alla prima occasione buona, pensò bene di lavarla a settanta gradi riducendo la faccia di uno dei fratelli Conner a una macchia indistinta che neanche in un film di David Lynch. Vede la maglietta e mi fa: «Mark Lanegan». 
E mi attacca un pippone sui suoi colleghi di lavoro, che non fanno che parlare di Lanegan dalla mattina alla sera, osannandolo come se fosse Dio, ma lui non l’aveva mai ascoltato. Gli dico di cominciare da Dust, che tanto è il più cesso di tutti: dieci a uno non gli piacerà; o magari chissà, succede un miracolo e gli piace veramente. Non sono mai riuscito a fare questa cosa, dico, consigliare il disco giusto, magari è la volta buona. No, aspetta, non voglio avere la responsabilità di consigliare Dust. Ma tanto figurati se capisce. 

22:45. Inizio a non sentire più le dita e a non essere più capace di girarmi le sigarette. Mi girano pure le palle perché per arrivare qui, mi sono perso due volte. E quello che deve suonare sta al bar a bere whiskey, mentre sullo schermo va la partita. E fa un freddo che ti taglia la faccia, ma la tipa al banchetto del merchandising non sembra sentirlo, visto che ha un vestito che praticamente è una maglietta. Una maglietta lunga. Se alza un braccio le vedo il culo, tranquillamente. Troppo facile. Voglio dire, io non sono nessuno per dirti di non vestirti come una troia, anzi; mi fa anche piacere che mi faciliti il compito di tentare un abbozzo di conversazione, ridere a cazzo senza alcun motivo per le cose che dici, svuotare il portafoglio al bar per offrirti almeno due gin lemon annacquati tanto quanto un flacone di Fabuloso, portarti a casa e cercare di levarti la gonna mentre vomiti quelle due dita di alcol vero che c’erano dentro quello pseudo-cocktail. Invece posso stare qui, a guardarti il culo aggratis, perché la nostra società perbenista e modaiola ti ha insegnato che una minigonna giro-figa è sexy, ma farmi un pompino è una cosa per cui arrossire. 


Ecco, lei è un po‘ tipo Charlotte Gainsbourg. Ma perché voglio essere buono e perché sto guardando solo il naso. Che poi, non vedere quel naso visto che ha la faccia completamente coperta dai capelli è veramente un’impresa. Sembra un topolino in bilico su un paio di trampoli. 

Le si avvicina questa specie di balena punk che dev’essere la sua amica e che, ovviamente, le dice che è bellissima. Il giorno che sentirò una ragazza dire ad un’altra ragazza che si è conciata come una da tangenziale, entro in Chiesa e vado a farmi la comunione. 

La sento parlare del fatto che -finalmente- è tornata alla XS, dopo due mesi in cui il suo unico nutrimento è stato costituito da melanzane grigliate (una al giorno), e probabilmente una quantità indefinita di droghe sintetiche, a meno che non abbia scoperto come nutrirsi dell’aria. Parlo del topino, non della balena. Quella potrebbe farsi fuori tranquillamente me e le altre sessanta persone che stanno in giardino in qualunque momento. La XS mi fa rabbrividire sensibilmente. Significa che la tipa non ha veramente un filo di carne, e ok che le tette oramai sono mainstream, ma non fino a questo punto.

Per assistere a questa scenetta, quasi non mi accorgo che dall’interno del locale finalmente proviene della musica. Solo un’ora e mezza di ritardo. Poteva andare peggio.
Mi sistemo in un angolo e mi appoggio al muro. Il rabbino si mette davanti al microfono e dice che ha da suonare solo quattro canzoni. Da venticinque minuti ciascuna. Soffoco una bestemmia: non sono affatto dell’umore di sorbirmi iperballate acustiche jodorowskiane da meditazione. Ecco il risultato di ore di attesa e di una birra troppo annacquata. Ho proprio sbagliato concerto. 
Dopo un’ora attacca il dj. Riconosco la voce, e mentre la sensazione di essere una perfetta macchietta per un pezzo degli Offlagadiscopax si fa sempre più incalzante, sento XS chiedere chi sia quella che canta. Tale Manna. Sarei tentato di dirle che se si fa scopare da Lanegan un duetto lo rimedia anche lei. Ma magari la farei arrossire.

sabato 12 novembre 2011

Se prendi per il culo gli alternativi, si attiva il moltiplicatore (almeno fino a quando non arriva qualcun altro a prendere per il culo te).

Mi sono fatto fare dei post-it.



Il cappuccino è mainstream. Berrò del latte macchiato (freddo), sembrerò una fottuta checca, ma non me ne fregherà un cazzo. Niente cornetto. Com’ è che m’ha detto quella stronza? La politica è mainstream. Mi potrei risparmiare le due ore che passo davanti al PC la mattina a leggere i giornali e cercare di fare qualcosa per questi capelli. 

Avevo i capelli lunghi, quando sono arrivato qui, ieri sono stato a casa di un tizio che neanche mi ricordo come si chiama, me li ha tagliati lui. Aveva una bella stanza, non molto diversa dalla mia, le stanze in questo posto sono tutte uguali. Bianca, abbastanza spoglia, i fondamentali: letto-armadio-scrivania-specchio. Dal soffitto pendeva una di quelle lampade di Ikea, quelle nuove, a forma di goccia. Geniale, c’era una foto di una tipa in 70x100 appesa proprio sopra la lampada, attaccata al soffitto, in modo che quella cazzo di lampada somigliasse a un rivolo di bava bianca o dio solo sa che altro che le scendeva dalla bocca. Mi ha spiegato che era un film di Godard, io gli ho risposto che poteva dirmi qualunque cosa, tanto io studio Matematica. Lui ride, studia Scienze Umanistiche. Abbiamo scherzato sul nostro futuro lavorativo, magari finiamo a pulire i cessi da qualche parte, o forse andiamo a lavorare da Mc Donald’s. Che poi, ridendo e scherzando, si fanno bei soldi con quella merda. 

Mi fa sedere e inizia a tagliare. Chiacchieriamo un po’ di stronzate, mi racconta che vuole andare a vivere a New York, e intanto sforbicia pesantemente. New York è troppo mainstream, sono sicuro di avere un post-it su questo. Glielo direi, se non avesse le forbici in mano. 

A un certo punto gli viene la bella idea di offrirmi un caffè. Ci alziamo, e andiamo in cucina. E’ curioso questo posto, è tutto molto in ordine, troppo in ordine. Mi spiega che è colpa di quel frocio del suo coinquilino. Detto da uno che si mette il rimmel prima di andare a fare il caffè non so quanto possa essere credibile.

Attaccata al frigo c’è una foto dei reali inglesi pre matrimonio William-Kate, e la regina ha lo stesso cazzo di vestito giallo canarino che aveva al matrimonio. Merito dello stesso frocio di cui sopra. Ma a me non me ne frega un cazzo, il punto è: vuoi vedere che la Regina Elisabetta ha solo 4 tailleur che usa a rotazione nelle occasioni comandate? Cos’è, le escono talmente tanto i soldi dal culo che ha capito che è inutile anche soltanto provare a spenderli? O nel frattempo il suo stilista di fiducia, operativo dal millenovecentodiciotto è morto di vecchiaia? 

Tento di strappare una risata al tipo dei capelli sull’argomento, che mi guarda come se avesse visto un alieno. Cristo, potrebbe anche un po’ aiutarmi. Quel cazzo di caffè non esce mai. O quanto meno potrebbe ridere di me, visto che ho mezza testa fatta e mezza no, sembro una delle cazzo di Pussycat Dolls. Invece, mi racconta che sta scrivendo un paio di sceneggiature per un suo amico che ha giurato di presentarlo a Carlo Verdone. Che culo. Qualcuno mi tiri fuori da questa situazione e da sto caffè di merda. 

Dopo mezz’ora mi alzo con lo stesso taglio di quella troia di Alice. Scherzi del destino.

Paolo, si chiamava Paolo.

Ah, per la cronaca, mi hanno detto che devo comprarmi un Mac. Gli vorrei spiegare che di cognome non faccio Onassis.

giovedì 10 novembre 2011

Se lo fanno tutti, perché NON devo farlo pure io.

Sono andato a trovare Alice a Roma soltanto perché mi ha detto che mi accompagnava al mercato vintage di Rione Monti. 

Alice è una mia compagna di classe del liceo. Carina, si, però adesso ha i capelli corti da lesbica e non me la farei mai. E poi si smalta le unghie, e io sono contrario a certe sofisticazioni del corpo femminile. Ceretta brasiliana a parte. 


Il mercato di Rione Monti è...un mercato. Niente di che. Niente di diverso da quello che sta nella piazza sotto casa. A parte la folla immane di gente vestita di merda. Vestiti vintage.

Le rivolgo uno sguardo disperato. «Ripetimi come si fa.». Sbuffa.

«Niente t-shirt nere, le t-shirt sono mainstream. Potresti cercare una camicia. Guarda com’è carina questa, molto indie.», e solleva dal mucchio una camicia. Lo fa con una strana grazia, pescando da un mucchio immenso. E’ una camicia rossa, di flanella.
OK, ho capito, mi sta prendendo in giro. «Aaaah-ahahah divertente.»
Non ride. Solleva il sopracciglio sinistro. Oh, questa cosa è sorprendente, anche se secondo me ormai è allenata. La fa in tutte le foto, ha iniziato a prepararla un anno fa. E’ molto carina, solleva il sopracciglio, lo fa proprio ad ala di gabbiano, e abbozza un sorriso, col cocktail in mano; cioè, è molto carina, ma cazzo, quei capelli! Però, insomma, carina. Sicuramente la posa migliore che abbia visto, almeno fino a questo momento.
Comunque a sto giro non sorride, è serissima. Mi sa che ho sbagliato qualcosa.
«Divertente, cosa?». Cazzo.

«Vabbè, quella è una camicia di flanella. Cioè, è una camicia grunge.»

Sopracciglio sinistro sempre più in alto. «Sai, come quelle di Cobain, che poi Cobain neanche, perché stiamo parlando della moda di Seattle fine ’80 inizi ’90...»
«Ba-bababababababa. Bà.» 
Bà?!? Bà sto cazzo, bà? Cretina. 
«Te lo dico per l’ultima volta. Niente t-shirt nere, sono mainstream. Tee scollo a V, una camicia indie tipo questa, skinny jeans, dovresti esserci abituato...Ommioddio! Cheddiavolo di scarpe ti sei messo?»
«Che..queste? Le Cult? Maddai, ma le ho da quando avevo 16 anni!». Veramente, sto discutendo di vestiti con una ragazza? Ma che cazzo...? Ma perché si è tagliata i capelli?

«Buttale. Poi passiamo a comprare un paio di Converse.»

OK, ma poi torniamo a casa e ti sbatto al muro su TV Eye. Cretina di merda.